Morire per Dresda, no

di Carlo De Benedetti

Gli avvenimenti di domenica 13 settembre, cioè la rivalutazione del rnarco e la contemporanea svalutazione della lira, ma soprattutto i drammatici eventi che si sono susseguiti nella settimana e che hanno portato nel caos il sistema delle monete europee, hanno pienamente confermato con la brutalità dei fatti quanto avevo scritto tre settimane fa su "L'Espresso" (n. 36). La mia proposta di allora era di rivalutare subito i lmarco, o in alternativa di farlo uscire temporaneamente dal sistema monetario europeo. E'accaduto esattamente quello che avevo provocatoriamente proposto. l'uscita del marco dallo Sme e l'uscita di altre monete dallo Sme sono, dal punto di vista sia algebrico sia politico, esattamente la stessa cosa. In Italia abbiamo purtroppo assistito a  vetero tentativo di nascondere la verità ai cittadini, insinuando in loro il dubbio che forse avevamo spezzato le reni alla Bundesbank! Ma togliamoci per un attimo dalla tragedia italiana - nella quale alcuni guitti ancora pochi mesi fa ci spiegavano che tutto andava bene, salvo la presenza di qualche sfascista - con la speranza che chi ci ha portato a tanto disastro esca dalla circolazione perché si possa dare inizio alla ricostruzione del paese.

La tempesta monetaria dell'ultima settimana ha dimostrato che la posizione del marco tedesco all'interno dello Sme è insostenibile. E solo una retorica superficiale e facilona, chiusa nell'astrazione di un'Europa che si proclama assolutamente necessaria, ma che si vuole in realtà rendere impossibile proprio con le rigidità monetarie e dirigistiche di Maastricht, può ancora tentare di nascondere agli europei questa verità.

Domenica l3 la lira, anello debolissimo della catena, ha ceduto, anche se in modo del tutto inadeguato, alla condizione vera dell'Italia. Ma molti altri anelli sono destinati a cedere, ora che il referendum francese sul trattato di Maastricht è alle nostre spalle, perché la forza dirompente della pompa aspirante tedesca li spezzerà. La modesta riduzione del tasso di sconto tedesco decisa dalla Bundesbank, dall'8,75 all'8,25 per cento, è solo un primo segnaIe del fatto che la deflazione e la recessione cominciano a mordere anche in Germania, ma non allenta a sufficienza la manovra strangolante sulle altre economie europee.

Già prima della svalutazione della lira ero convinto dell'insopportabilità di taIe manovra, e per questo sostenevo nel mio articolo la necessità di una rivalutazione del marco o addirittura di una sua temporanea uscita dal serpente monetario. Solo così si poteva consentire alla Germania di adottare le politiche monetarie necessarie per pagare i costi della riunificazione del paese. Da allora il coro divoci autorevoli che hanno sollevato interrogativi o critiche nei confronti della linea della Bundesbank si è molto allargato in Germania, in Europa e anche in Italia. Nel frattempo la rivalutazione del marco, almeno nei confronti della lira, avveniva di fatto nell'euromercato: subito prima del riallineamento del 13 settembre i tassi d'interesse sulla lira erano addirittura al 24 percento, contro poco meno del 10 per cento del marco; e ametà della settimana scorsa erano di nuovo oltre il 20 per cento.

Per capire le dimensioni de  problema tedesco, per capire quanto fosse fondata la provocazione dell'uscita temporanea del marco dallo Sme occorre ripercorrere, con l'aiuto di un po' di numeri, la storia dell'unificazione della Germania e dei relativi costi; costi che all'inizio non erano noti al cancelliere Helmut Kohl, come egli stesso ebbe a dirmi in un colloquio di qualche mese fa, e che non erano noti nemmeno alla Bundesbank, che pure pretendeva un cambio di 5 marchi orientali contro 1 marco occidentale, al posto del cambio 1 a 1 che per ragioni poIitiche il governo di Bonn alla fine decise.

Sei mes idopo la caduta de Imuro di Berlino, il l8 maggio 1990, 1e due Germanie decisero di formare un annione economica, monetaria e sociale a far data dal 1 luglio dello stesso anno. Questa decisione accelerò il processo di unificazione politica, che avvenne il 3 ottobre 1990. Le due Germanie, che fino adallora avevano mantenuto una condizione di semisovranità, unite acquisirono la sovranità completa. Sedici milioni di tedeschi dell'est si unirono ai 62 milioni di tedeschi occidentali, e il territorio della Repubblica federale tedesca si allargò di circa il 20 per cento.

Nel 1989 il "International Statistical Yearbook" indicava per la Germania dell'est un reddito pro capite di 10.400 dollari, superiore a quello della Germania ovest (10.050 dollari) nonostante che questa fosse gia allora il terzo paese del G7 in ordine di importanza. Questa assurdità derivava dal fatto che, mentre il redditó occidentale veniva tradotto in dollari al cambio libero dell'epoca, il metodo usato per calcolare il reddito della Germania est, in assenza di cambi liberi, era basato suparità di poteridi acquisto. Questo sistema distorceva grossolanamente le differenti realtà economiche, poi ché non teneva conto del fatto che nella Germania est molti beni di consumo avevano prezzi bassissimi ma non erano disponibili. Basta pensare che per acquistare la più brutta automobile del mondo, la Trabant, c'era una lista d'attesa di sedici anni. Altro che ricca! La Ddr era un autentico disastro economico. Lo era per la vetustà delle strutture produttive, per la mancanza di infrastrutture, per la distruzione dell'ambiente. In altre parole, era totalmente inefficiente e sottoinvestita.

Se tutto questo può essere noto, forse meno conosciute sono le cifre che esprimono il disastro e, dunque, il costo del risanamento. All inizio c'è stato il colossale regalo dei tedeschi dell'ovest ai loro fratelli dell'est: una parità di 1 a 1 per il contante e di 2 al per i depositi a medio termine contro un valore di mercato ne ro (cioè vero) di 10 a 1. Niente convergenza "à la Maastricht", per intenderci, _ con pesanti obblighi di aggiustamento; niente inflazione alla polacca; ma una improvvisa rete di sicurezza contro ogni destabilizzazione macroeconomica. Nonostante il drammatico divario di produttività, il sindacato ha ottenuto che entro il 1994 i dipendenti pubblici abbiano la stessa paga all'est e all'ovest, e che i salari dell'industria dell'est crescano del 25 percento all'anno fino a raggiungerelo stesso livello dei lavoratori occidentali. Risultato: in media dal l990 al 1991 i salari all'est sono aumentati del 40 per cento. Ma veniamo ai costi finanziari. La stima più accreditata, oggi, è che il costo della riunificazione sarà nei prossimi dieci anni pari a quasi 3 mila miliardi di marchi, molto più dell'intero ammontare del debito pubblico italiano. Almeno mille miliardi di marchi serviranno a finanziare l'industria della Germania est; altri mille miliardi sene andranno per ripulire l'ambiente dall'inquinimento; da 500 a mille miliardi occorreranno per gli investimenti in infrastrutture. Per avere un'idea delle proporzioni, si pensi che nello stesso periodo il prodotto interno lordo della Germania unita si valuta fra i 30 mila e i 40 mila miliardi di marchi.

Come finanziare questi costi astronomici? Con l'indebitamento, che nel 1992 sarà in torno al 42 per cento del prodotto intemo lordo, e che salirà a oltre il 50 per cento nel 1995. Il braccio di ferro tra il governo e la Bundesbank, che chiedeva un aumento della pressione fiscale, è stato vinto dal governo, preoccupato delle prossime elezioni politiche. La risposta inevitabile della Bundesbank è stata (ed è, nonostante la recente limatura) l'aumento del tasso di interesse. Ma perché questo non è sopportabile dall' Europa? Perché, a causa della rigidità del serpente, di fatto questi tassi si trasferiscono - come livello di riferimento - alle altre monete europee. A questo livello di riferimento si sommano poi i differenziali di credibilità delle varie altre monete rispetto al marco. Così si arriva allo scarto fra il 24 per cento della lira e il 10 per cento scarso del marco che si registrava alla vigilia della svalutazione del 13. Ciò indica che l'euromercato per proprio conto aveva già svalutato la lira, e in una misura del 15 per cento, se è vero come è vero che solo un differenziale di tasso d'interesse di quasi 15 punti riusciva a mantenere fisso il cambio col marco. Ma soprattutto è evidente che con tassi del genere l'economia dei paesi più deboli, non solo l'industria, viene strangolata.

Si dirà: ma è colpa nostra, colpa della f olle politica economica di chi ha gestito l'ltalia negli ultimi dieci-quindici anni, dell'immane baratro del debito pubblico che di consegueruza si è aperto. Tutto vero. Siamo gli ultimi a poter anche solo parlare. Ma quel che è certo è che gli italiani, gli inglesi, gIi spagnoli e navia tutti gli altri (con l'unica eccezione, forse, della Francia) non possono pagare con l'aumento della loro disoccupazione il contenimento della disoccupazione nella Germania est.

La riuruificazione tedesca era inevitabile, necessaria e utile all'Europa, e dunque anche aIl'Italia; è stata condotta magistralmente dal punto di vista politico, ma con conseguenze gravissime dal punto di vista finanziario. Noi italiani certo dobbiamo espiare fin da oggi per i peccati di chi ci ha governato. Ma non si può chiederci di morire per Dresda.


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